PRELEVI POCO AL BANCOMAT? DA OGGI RISCHI GROSSO – Attenzione se hai soldi sul conto corrente

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Si chiama mancata movimentazione in uscita sul conto ed è un nuovo incubo per gli italiani che temono accertamenti fiscali: non sono pochi i contribuenti che si pongono il problema di ciò che potrebbe pensare l’Agenzia delle Entrate nel momento in cui il deposito giacente sul conto corrente sia pari – o comunque prossimo – allo stesso reddito dichiarato. In teoria, spiega il sito economico Quifinanza.it, il Fisco potrebbe chiedersi come possa il contribuente mantenere se stesso e la propria famiglia senza attingere dal reddito guadagnato e, quindi, dal proprio conto corrente. È chiaro che, in questi casi, il dubbio di “nero” e di evasione fiscale è più che legittimo. Dubbio che potrebbe essere avvalorato qualora il contribuente viva da solo o il coniuge sia disoccupato.

Controlli di questo tipo, spiega il portale di economia e finanza, sono estremamente rari e, di norma, devono essere accompagnati da indici presuntivi di particolare gravità. Ci spieghiamo meglio. Il redditometro – così come sottolineato più volte dalla giurisprudenza – valuta la capacità di spesa non del singolo contribuente, ma di tutto il nucleo familiare: e ciò in forza dei normali vincoli solidaristici che legano gli appartenenti alla stessa famiglia e che portano l’uno a contribuire alle spese dell’altro, secondo un sostegno reciproco tipico di chi ha legami “di sangue” o di convivenza. Ebbene, dalla semplice assenza di prelievi sul conto, l’Agenzia delle Entrate non potrebbe automaticamente presumere la presenza di redditi non dichiarati, e questo perché ben potrebbe essere che il contribuente si mantenga con il sostegno economico proveniente dai propri cari, dai genitori, dalla moglie, ecc. Il fisco, allora, se vuol procedere ad accertamento, dovrebbe individuare altre e più fondate presunzioni che possano corroborare quello che è – e deve rimanere – un semplice sospetto: così, potrebbe essere il caso di un contribuente che (come già detto) sia sposato con un disoccupato, i genitori non siano più in vita o, comunque, siano in condizioni di povertà, non conviva con altre persone, ecc. Insomma, le presunzioni devono essere tutte gravi, precise e tra loro concordanti.

Sulla possibilità tecnica che tali controlli vengano effettuati, non c’è dubbio che le recenti modifiche normative, che hanno istituito le banche dati telematiche, hanno fornito una forte spinta al potere di controllo dell’Agenzia. Questa infatti, se volesse, potrebbe incrociare i dati risultanti dall’Anagrafe Tributaria (ove risulta la dichiarazione dei redditi del contribuente) con l’Anagrafe dei rapporti finanziari o, come volgarmente detta, dei “conti correnti” (ove invece risulta, in tempo reale, tanto la movimentazione in entrata e uscita dal conto, ma anche il saldo). A fronte, però, di tale astratta possibilità, si riscontrano ancora pochi tipi di accertamento di questo tipo. Di certo, da un po’ di tempo a questa parte, il risparmio è sotto i mirini dell’Agenzia delle Entrate (ne avevamo parlato in: “Indagini fiscali sui risparmi in conto corrente”).

Sappiamo del resto – conclude qui finanza – che una delle modalità più tipiche con cui il fisco riesce a individuare l’evasione fiscale è il raffronto tra le spese sostenute dal contribuente (il tenore di vita) e i redditi indicati nella dichiarazione: se il primo dato si discosta notevolmente dal secondo (almeno del 20%), allora l’Agenzia delle Entrate potrebbe procedere all’accertamento. Il sistema è meglio noto come Redditometro e riesce a controllare la capacità di acquisto dei contribuenti e la possibilità degli stessi di mantenere determinati beni (per es. non basta dimostrare di aver i soldi per acquistare una casa, una barca, un’automobile, ma anche quelli per le successive spese di gestione: vedi oneri condominiali, tasse portuali, assicurazione e bollo, ecc.).

 

 

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